Rumbek: Incontro con il Ministro dello sport e cultura del Sud Sudan
L’incontro col Ministro dello Sport e della Cultura è programmato per le 9.30 presso il Ministero. Ci è stato annunciato che sará presente anche il Governatore dei Lake States.
Arriviamo al Ministero in perfetto orario, distando questo poche miglia dal Pandoor, dove siamo alloggiati. La delegazione è formata da Padre John Mathiang, Jonathan, Antonio ed io. Ad essere sincero, il meeting mi mette un pó di ansia. Sará forse per il Kalashnikov della notte precedente, o per la diffidenza che c’è nei confronti degli stranieri da qualche tempo, o semplicemente perchè un Ministro è sempre un Ministro. Ad ogni buon modo, ho pensato che nella mia attività politica vissuta negli anni scorsi, ho avuto occasione di incontrare Ministri, Presidenti del consiglio ed altri illustri rappresentanti dello Stato, sempre cavandomela egregiamente, per cui tutto sommato sarebbe stato come tornare nelle precedenti vesti. Mi sono portato un vestito, ma Father John Mathiang, mi ha detto che non è il caso di sfoggiare eleganza, per cui indosso camicia, pantaloni e scarponcini da trekking. In Italia non mi avrebbero nemmeno fatto entrare nel Ministero. L’edificio che ospita il Ministero è una vecchia casa, residuo della colonizzazione Inglese. È una struttura rettangolare, circa otto metri per quindici, ad un solo piano, rialzato di cinque scalini da terra. Affermare che la struttura è povera nella sua essenzialità post bellica, è ancora troppo riduttivo. All’interno ci sono alcune piccole stanze, e sulla porta di una di queste c’è scritto General Director. Veniamo accolti in questa stanza, buia all’inverosimile, ed io con la mia miopia faccio una fatica bestiale a capire chi ci attende. Di fronte alla porta di ingresso dell’ufficio, c’è una scrivania, dietro alla quale sta seduto il General Director, il Colonnello Mr. William Madong. Alle sue spalle una piccola finestra lascia passare una fievole luce, creando un contro luce ancor più fastidioso. A sinistra della scrivania le tre poltrone sono occupate da altrettante persone, mentre alla destra e di fronte le poltrone servono per noi. I Dinka sono un popolo nilotico dalla pelle nerissima, penso che siano il popolo con la pelle più scura che esista, e nel buio della stanza, col controluce della finestra, fatico a capire i volti di chi ho di fronte. Fortunatamente il General Director dice ad un suo attendente di accendere il generatore per dare luce alla camera, e dopo pochi minuti compare la luce nella camera. Io in modo poco diplomatico, esasperato dal buio, esclamo un “Fiat Lux!”, che fortunatamente non viene capito dai nostri ospiti. Sulla scrivania ci sono 5 coppe vinte dalle squadre sportive locali durante le recenti gare della “Governor’sCup”, che il General Director ci mostra con grande orgoglio. Le presentazioni sono dettagliate, come accade sempre con i Dinka. Il general Director ci avvisa che purtroppo il Ministro e il Governatore sono impegnati a poche centinaia di metri di distanza, in un altro meeting, urgente. Immaginiamo il motivo dell’urgenza sia la sparatoria della sera precedente, e dei frequenti scontri armati tra clan tribali contrapposti per il controllo dei pascoli e delle mandrie. Superato il primo impasse di timidezza reciproca, si instaura rapidamente una piacevole conversazione. Il fatto che io conosca il Sud Sudan dal 1999, e che l’allora Commissioner di Yirol mi donò un appezzamento di terra per costruire la mia casa in Sud Sudan, rende tutto più semplice. Ovviamente fu una donazione puramente virtuale, ma che rappresentava una forma di riconoscenza per il mio impegno in un momento così drammatico per il popolo del Sud Sudan. Il progetto che illustro è quello di installare a Rumbek una scuola di calcio, voluta dal Bishop Mazzolari pochi mesi prima che morisse, per avvicinare i giovani allo sport in modo professionale. É una visione che ebbe il nostro Bishop e che trovò subito riscontro sia in Sud Sudan che in Italia. Il nostro partner è il GISS (Genova International Soccer School): una accademia che cerca talenti in giro per il mondo, e li aiuta a sviluppare le loro capacità, affinché possano diventare professionisti del calcio moderno. Il Presidente del GISS, Morris, ha sposato da subito il progetto, mettendosi a disposizione per venire a Rumbek e capire quali sono le condizioni di base. Mr. Madong è entusiasta del progetto, e mette a nostra disposizione tutte le energie che ha. Con lui sono presenti all’incontro tre suoi collaboratori che organizzeranno la logistica del primo incontro, ed uno di loro allena una squadra di giovani di Rumbek. Si tratta di fare un torneo di calcio con almeno 120 ragazzi tra 14 e 17 anni, dove i tre allenatori italiani, Morris ed un suo collaboratore studieranno il calcio dei giovani Sud Sudanesi. Al meeting sarà presente anche il rappresentante di una importante squadra che gioca, in seria A in Italia. Lo scopo di questa prima fase sarà quello di capire il livello loro qualitativo nel gioco del calcio, di vedere se ci sono ragazzi con talenti innati da sviluppare, di immaginare come impostare un primo campus per insegnare il calcio moderno. Mr. Madong mi presenta una bozza di progetto, con allegato finanziamento, per la costruzione di un campo di calcio con dimensioni standard internazionali. Al contempo, un suo collaboratore mi fa presente che molti ragazzi, a suo parere, hanno un vero e proprio talento per il calcio, ma mancano allenatori capaci di sviluppare tali capacità, e a riprova di quanto dice mi racconta del successo ottenuto dalla recente competizione “Governor’scup”. Dopo circa due ore di piacevole e costruttiva discussione, dove abbiamo deciso la data del torneo, a cui parteciperanno i tecnici italiani, e ci siamo suddivisi i compiti per la sua l’organizzazione, giunge la telefonata del Ministro che, scusandosi ancora per la sua assenza, ci invita a cena presso un piccolo ristorante libanese nelle vicinanze dell’aeroporto. L’appuntamento era per le 19.30. Noi arriviamo con qualche minuto di ritardo, e troviamo il Ministro, Mr. Narik Manga Narik, seduto ad aspettarci. Ho subito pensato che siamo partiti male, perché odio arrivare in ritardo, invece il Ministro si mostra affabile e felice di poterci incontrare. Mr. Narik Manga Narik, ci porge le scuse per il suo mancato appuntamento a nome dell’intero Governo dei Lake States, e si dice onorato di poter fare la nostra conoscenza. A riprova di questo è la presenza di due televisioni che riprendono il nostro incontro e i nostri discorsi ufficiali. Il Ministro è una persona concreta, ci tiene a dire che é cattolico e che ha studiato nel seminario, spostandosi da un luogo all’altro a causa della guerra. Dopo un primo approccio formale, nel quale mi dice di essere stato ragguagliato del General Director circa i particolari del progetto, il Ministro affronta da subito il problema in modo molto libero, informale, aiutato anche dalla convivialità della cena e dal mio carattere socievole. Egli mi racconta di come lo sport deve diventare uno strumento di educazione per i giovani del Sud Sudan, ricordandomi che il 65% della popolazione è giovane, e va motivata e disciplinata anche con lo sport, essendo questo un ottimo strumento per farlo. Mi parla della carenza di infrastrutture, e delle priorità del nuovo Stato Sud Sudanese. Mi dice della difficoltà che hanno a formare insegnanti, ringraziando la CESAR per il TTC di Cueibet. Mi parla della mancanza assoluta di scuole per formare tecnici, essendo le poche scuole presenti solamente umanistiche. Mi parla dell’alto tasso di analfabetismo della popolazione. Mi racconta con orgoglio del progetto ambizioso di costruire una nuova città capitale che possa accogliere quattro milioni di abitanti, e del gruppo sud coreano che sta eseguendo il primo schema di urbanizzazione. Il tempo scorre veloce, e si passa da argomenti futili ad argomenti importanti, come in una cena tra vecchi amici. Quando gli dico che la mia generazione, in Italia, non ha la fortuna di non aver conosciuto la guerra sulla propria pelle, lui mi sorride e mi dice “la tua è una generazione fortunata…qui, i miei figli hanno conosciuto la guerra e io, mio padre e mio nonno abbiamo combattuto perdendo in guerra molti amici e parenti. Le persone che tu vedi sedute a questo tavolo, sono tutti ex combattenti….” vengo così a scoprire che anche il nostro Padre John Mathiang ha avuto un passato militare prima di diventare un bravo prete, e capisco il perché egli goda di una stima così elevata e non solo tra i suoi fedeli. Padre John Mathiang, che ha un temperamento timido, mi sorride in modo amichevole, mi dice che è bello vivere senza la guerra, che il suo popolo ha sofferto molto e che ora cerca di riscattarsi tra enormi difficoltà. Prima di lasciarci, mi impegno a contattare il Governo Italiano, per capire se ci sono i margini di una cooperazione tra i nostri Stati, nel progetto di costruzione del nuovo Stato Sud Sudanese. Io ritengo che l’Italia abbia tutte le caratteristiche, storiche e culturali, per poter giocare un ruolo importante nel Sud Sudan, e farò ogni cosa per convincere i nostri governanti di quanto possa essere fondamentale per la nostra Nazione essere in questa terra. Ci lasciamo con un abbraccio e con la promessa di incontrarci nuovamente ad aprile. Marco Il ritorno di un incubo - In diretta dal Sud Sudan
Ieri notte e nelle prime ore della mattinata, il suono indimenticabile del Kalashnikov, ci ha tenuto compagnia. Ho saputo da poco che sono state uccise delle persone, colpevoli di essere stranieri in questa terra: forse ugandesi.
È certo però che la situazione è pesante, e i nativi locali non tollerano più che persone giunte da altre nazioni, foreignpeople, ricoprano posti di responsabilità nel business management, cioè nella gestione dei soldi che in qualche modo giungono da ogni parte del mondo per i sudanesi, per la costruzione del nuovo Stato. Ad oggi anche noi italiani, non siamo cosí amati come lo eravamo durante la guerra. A questo va aggiunto che la gente è esasperata dal caro prezzi del cibo e dalla sua scarsità sui banchi del mercato. Oggi alcuni locali si lamentavano anche dei politici, accusandoli di non fare abbastanza per tutelare la povera gente dalla speculazione di certi “foreignpeople” , che hanno fatto la loro fortuna commerciando ogni tipo di bene commerciabile e speculando sui contribuiti delle molte ONG presenti. Se hai sentito una volta il canto mortale del Kalashnikov, puoi star certo che non lo dimenticherai mai più, ed ogni volta saprai distinguerlo nel concerto della guerra, senza alcun dubbio. Dicono che chi abbia inventato questa arma seminatrice di morte, abbia studiato con dovizia di particolari anche il rumore della sua raffica, affinché chi lo sentisse rimasse terrorizzato. Non so se sia realtá o leggenda, ma è certo che il suo suono è agghiacciante. Durante la guerra, qui in Sud Sudan, mi era capitato più volte di sentire le raffiche di Kalashnikov. Poi, nuovamente nell’anniversario della vittoria del Referendum per l’indipendenza, mentre ero a Rumbek, ho sentito il Kalashnikov accompagnare i festeggiamenti, tra i canti e i tamburi. Ma a quel tempo era chiaro che si sparavano raffiche di gioia, inframezzate anche tra timidi fuochi di artificio. Ieri notte, mentre ero appena fuori della missione, nel buio totale delle tenebre, illuminato appena dal chiarore delle stelle, alla prima rapida raffica di Kalashnikov, ne è seguita una seconda. Tra le due raffiche il silenzio totale. Prima si sentiva il brusio arrivare dalle capanne e dalle case; il pianto di qualche bambino; qualche timido festeggiamento di chissà cosa. Dopo la prima raffica il silenzio ha occupato ogni spazio , ed è stato interrotto solo dalla seconda scarica. Poi dopo qualche minuto, mentre i rumori della vita stavano riappropriandosi della notte, altre due raffiche hanno raggelato la notte. Il canto era secco, isolato, mirato contro qualcuno….e ne annunciava la sua morte….! Non riuscivo a dormire a causa del caldo e dei pensieri che affollavano la mia mente, per cui passeggiavo appena fuori del cancello del Pandoor. Non mi avventuravo oltre perchè il buio era profondo e la mia scarsa vista non era in grado di riconoscere alcunché. Lo Watchman a guardia dell’ingresso del Pandoor, seguiva da alcuni metri di distanza il mio cammino e ad ogni mio passaggio davanti a lui, mi ripeteva “How are you?” ed io “Fine, thankyou!”. Questo scambio di cortesie è andato avanti per più volte, fino a quando il canto di morte ha fermato l’orologio della vita, trasformando una bella serata ricca di stelle, in un brutto incubo. Marco Bertolotto La prima fase della costruzione del TTC è terminata
La qualità degli immobili è elevata, e la cura dei particolari è certamente di livello mai visto prima d’ora nel Sud Sudan. Abbiamo atteso molto tempo, lottando contro ogni imprevisto, ma questa prima fase ha visto la luce.
Ho visitato due Hotel, cosiddetti di lusso, e lo standard di questi, che si fanno pagare prezzi da “fivestars”, è certamente inferiore a quello della TTC che abbiamo appena terminato. Sister Maureen ha già fatto arrivare le tende per le finestre ed insieme a queste, nei magazzino ci sono alcuni arredi. Altro materiale è da tempo a Juba in cammino verso la TTC, e dovrebbe arrivare a Cueibet nella prossime settimane…. Qui i trasporti sono qualcosa di estremamente incerto: sai quando spedisci ma non ti è dato di sapere il tempo di consegna. Per cui ti puó capitare che qualche vincolo burocratico ti blocchi la merce durante un controllo, o che le piogge impediscano i trasporti, o che per problemi di sicurezza lungo il tragitto, i camion stiano fermi in qualche villaggio. Cosí i nostri mobili sono fermi a Juba, in attesa che un piccolo miracolo gli faccia riprendere il viaggio verso Cuiebet. Tutto questo può sembrare strano a chi non conosce il Sud Sudan. Ma come ci diceva sempre Padre Mazzolari, questo è il Sud Sudan, e se lo vuoi aiutare devi capirne le criticità. Anyway. La scuola è comunque iniziata, e momentaneamente siamo ospiti nella missione di Rumbek. C’è un bel gruppo di studenti e studentesse, assistiti da alcuni insegnanti del gruppo di Solidarity. Sono 28 maschi e 3 ragazze. Può sembrare un rapporto sballato, ma avere tre ragazze alla prima edizione del nuovo corso d i formazione insegnanti, è un successo enorme. Sono certo che Padre Cesare ne sarebbe orgoglioso. Per questo stamane ho chiesto ad Arnold di radunare un gruppo di studenti intorno alla tomba di Mons. Mazzolari, per fare alcune foto a memoria di quello che per Padre Cesare rappresentava un sogno. Con Devid, il costruttore, abbiamo preso accordi per proseguire nella costruzione degli altri steps. Con Padre Giovanni e Sister Rosanna, abbiamo individuato dove posizionare le nuove costruzioni, scegliendo aree libere da grossi alberi, preservando cosí i Lulu, i Mango e i Tamarindi. L’ultima cosa sará la realizzazione della Chiesa al centro delle altre costruzioni. Il prossimo anno scolastico il TTC sará a pieno regime e gli studenti parteciperanno ad un corso residenziale. Il sogno di Padre Cesare e di noi della CESAR sará compiuto. Marco Bertolotto Cuiebet: i primi corsi sono finalmente iniziati!
Iniziamo il 2012 con una buona notizia: come annunciato sono partiti i primi corsi per la formazione degli insegnanti già a ruolo nelle scuole della Diocesi di Rumbek, nella Repubblica del Sud Sudan.
Si tratta di un programma formativo della durata di 4 anni finalizzato all’aggiornamento di 29 insegnanti delle scuole primarie già operativi in Diocesi: come ribadito da Padre Colombo, attuale amministratore della Diocesi di Rumbek, l’aggiornamento degli insegnanti rappresenta una delle priorità nel processo di formazione di una nuova nazione. Questa prima sezione di formazione dei primi 29 insegnanti durerà 8 settimane. Sud Sudan, una radio «voce» dell'indipendenzaSud Sudan, una radio «voce» dell'indipendenza Vincitrice di un premio nazionale l'emittente «Radio Good News» voluta dal compianto mons. Cesare Mazzolari
20 ottobre 2011 – Le buone notizie diffuse dalla «Radio Good News» di Rumbek in Sud Sudan hanno fatto centro. E nei giorni scorsi hanno vinto la prima edizione del premio “Free Voice” per l'eccellenza del giornalismo radiofonico nella neonata Repubblica africana.
Una donna l'artefice del programma che ha conquistato la giuria. Con il suo programma “Sfide di un ministro donna”, la reporter Veronica Awut Mabor Akot di Rumbek rappresenta il simbolo di un'indipendenza che passa per la libertà di espressione e l'emancipazione femminile.
«La nostra nuova nazione deve appoggiarsi ad un cammino comune – ha detto la Awut - caratterizzato da verità, onestà, ascolto reciproco, servizio e responsabilità». Parole che abbracciano appieno l'ideale di Radio Good News e dei suoi fondatori comboniani: essere voce per i diritti, la pace e la riconciliazione in Sud Sudan.
Tra di essi anche mons. Cesare Mazzolari, vescovo di Rumbek per 12 anni e missionario in Sud Sudan per 30 anni nel segno del Comboni, che ha fortemente sostenuto l'apertura di una stazione radiofonica locale a Rumbek all'interno del Sudan Catholic Radio Network come strumento di educazione e maturazione di una coscienza civica per lo sviluppo e il rispetto dei diritti umani.
A un lustro dalla nascita del network radiofonico sudanese, «Radio Good News» ha visto la luce e e ha conquistato un riconoscimento importante che «ha premiato l'imparzialità, l'equilibrio e la professionalità giornalistica della reporter», come ha evidenziato il direttore don Bosco Ochieng Onyalla. Veronica Awut riceverà in premio mille sterline sud sudanesi e parteciperà, insieme ai dieci giornalisti selezionati nelle altre regioni del Sud Sudan, ad un workshop sulla professione giornalistica organizzato dal comitato di «Free Voice», organismo internazionale con sede in Olanda e dedicato ai media nei Paesi in via di sviluppo.
In memoria di padre cesare
Mi trovo a scrivere sotto una grande tettoia circolare, dal diametro di circa dieci metri, al centro della quale si erge imponente un grosso albero produttore di frutti simili ai fichi, che lancia i suoi rami a trafiggerne il tetto per rinfrescare chi si trova sotto la sua ombra. È una tipica costruzione in stile africano, con le travi principali di mogano e quelle minori di banano, definita dal vescovo una “RuKuba”. L’aria si infila tra i pilastri che reggono il tetto, creando una piacevole brezza, e rendendo meno pesante il clima inesorabile del Sud Sudan. Tre ore fa pioveva a dirotto, mentre ora il sole cuoce tutto ciò che incrocia con i suoi raggi.
In un tavolo di fronte a me, sono seduti quattro ragazzi occupati a fare dei conti col computer, discutendo tra loro in inglese, mentre una ragazza li osserva divertita, dal tavolino al loro fianco, con un libro aperto che aspetta di essere letto. Ogni tanto, la ragazza vestita di una maglia gialla che contrasta col colore ebano della sua pelle, si alza e va a sputare nella terra. Altri due ragazzi, in piedi, chiacchierano in lingua Dinka. Sono alcuni degli studenti che partecipano ad uno dei tanti workshop che si tengono al Pan-Door. Padre Cesare volle questa costruzione con l’intento di creare un punto di aggregazione, al riparo del sole e della pioggia, creando un ambiente eccezionalmente confortevole: passare il tempo qui sotto a chiacchierare fino a notte fonda è davvero piacevole. Pochi mesi fa, a marzo, prima che il Bishop ci lasciasse in modo così repentino e inaspettato, passammo notti indimenticabili, sotto il cielo stellato del Sud Sudan, seduti appena fuori dalla protezione della rukuba, rubando un po’ di refrigerio alla notte, mentre le nostre menti si perdevano in chiacchiere infinite. Percorrendo la strada che ti porta da Rumbek a Wau, appena superata la piccola e coloratissima cattedrale, sulla destra incroci un cartello rettangolare, su cui c’è scritto in modo circolare “Pan-Door, House of the Peace”. È questo il luogo che accoglie gli ospiti che visitano la DOR, ed è uno dei rari posti dove puoi trovare da dormire e da mangiare a Rumbek. Il Pan-Door è di proprietà della DOR e Padre Cesare lo ha pensato come luogo di accoglienza cristiana. Entrando, dalla strada principale, lasci la macchina nel cortile per attraversare a piedi il piccolo cancello che ti da l’accesso alle strutture. È un quadrato. Il vialetto di ingresso, sfila tra due piccole costruzioni che fungono da magazzino dal lato destro, e la sala convegni sul lato sinistro. La cucina è in continuità con la sala dei convegni, che si trasforma in sala da breakfast, lunch e dinner ad ore prefissate di ogni giorno. Le camere sono situate su tre dei lati, mentre sul rimanente lato si trovano i servizi igienici, le docce, la lavanderia e i fili per stendere la biancheria. Il comfort nelle camere non è dei migliori, almeno secondo gli standard a cui siamo abituati noi occidentali, ma per un popolo che è appena uscito da una guerra ultra trentennale, il Pan-Door è già un primo passo verso un concetto concreto di accoglienza alberghiera. Di fronte al vialetto che porta alle camere, trovano deposito un centinaio di mattoni costruiti a mano con sabbia e cemento, ad indicare che alla fine della stagione umida, ci saranno nuovi lavori straordinari. Ogni volta che vengo al Pan-Door qualcosa di nuovo è stato costruito, ed il comfort è leggermente migliorato. La rukuba sotto cui sto scrivendo, è al centro del compound, e domina l’intero Pan-Door. Siamo arrivati a Rumbek tre ore fa, con un volo da Nairobi, facendo uno scalo tecnico a Lokichokio. È il solito volo della compagnia ALS, che ti accompagna a Rumbek a bordo del consueto turboelica da 19 posti Beechcraft 1900 C, sgangherato, tuttaltro che confortevole, con poltroncine dallo schienale rotto, che ti accompagna ad ogni movimento della schiena. Ma la cosa divertente è che il pilota, un indiano con tanto di turbante Sikh blu schiacciato sotto le grosse cuffie, ti ricorda di tenere su lo schienale della poltrona durante il decollo e l’atterraggio. Chissà se si sarà mai seduto tra i passeggeri? L’assistenza è cambiata in questi anni, perché le prime volte che usavamo questa compagnia aerea, prima di salire sul piccolo aereo, ci veniva dato come conforto, un sacchetto con dentro una bottiglia da mezzo litro di acqua ed una caramella alla menta. Le cose sono migliorate di anno in anno, fino ad arrivare ad oggi, che vieni accolto da un sacchetto di carta contenente, oltre ad acqua e caramella, una piccola bustina di arachidi salate, un succo di frutta al mango, e tre biscotti dolci: più di quanto ti danno alcune grandi compagnie aeree internazionali. Hanno volato con noi fino a Loki, anche due ragazze americane (io le definisco ragazze, anche se devono avere la mia età, e ragazzi non lo siamo più da tempo), di San Francisco, membre di una ONG dal nome PhotoPhilanthropy, costituita da appassionati di fotografia, che girano il mondo prestando gli obiettivi alle situazioni più disperate con una missione precisa “Photographydriven by social change – Social changedriven by photography”. Abbiamo avuto poco tempo per chiacchierare e conoscerci meglio, ma un contrasto in loro mi ha stupito: Nancy, la fondatrice della ONG, leggeva un libro sui bambini soldato, alla vecchia maniera, piegando indietro le pagine lette e prendendo appunti su di un piccolo quaderno; mentre Giuly leggeva un e-book, sul suo Ipad, dal titolo “Whatis the what”, best seller sui bambini nel Sud Sudan. Le due volontarie erano dirette al campo profughi di Kakuma, nel nord del Kenia, nella terra dei Turkana a circa cento chilometri a sud di Loki, dove trovano rifugio migliaia di donne e bambini somali. Piove a dirotto e sull’aeroporto di Rumbek si è scatenato un inferno di vento e pioggia, in pieno stile africano. Il Beech 1900 C volteggia nel cielo cupo di Rumbek, faticando a trovare la corretta posizione per l’atterraggio, mentre i motori, che rombano come demoni inferociti, forzano i vortici del vento facendo vibrare all’inverosimile la carlinga. Nel girare sopra le case, sotto le ali dell’aereo la città appare come un agglomerato di capanne avvolte da acqua e fango tanto da sembrare un centro lagunare. Atterriamo ballando e saltando sulla pista fangosa. Il tragitto verso la piccola costruzione che funge da dogana si fa camminando sotto l’acqua, con i piedi impegnati a cercare le pozzanghere fangose meno profonde. Mentre camminiamo nel fango guardiamo le valigie che vanno verso la nostra destinazione adagiate su di un pic-up aperto: anche loro come noi arriveranno bagnate a destinazione. Guardiamo verso il grosso albero di tamarindo che tiene in ombra la dogana, perché quello è il luogo dove sempre Padre Cesare ci accoglieva, con il sorriso, scusandosi a nome di un territorio così poco ospitale verso i suoi visitatori. Quell’abbraccio ti faceva sentire a casa, ti trasmetteva sicurezza, e Padre Cesare sapeva arricchire e impreziosire il suo benvenuto con semplici generi di conforto, the, caffè e alcuni biscotti, per rigenerarti dal viaggio e dal caldo che ti asciuga le viscere appena dai il primo respiro su questo territorio. Commentiamo come quel luogo sia vuoto senza l’esile figura del Bishop sotto l’albero. E quel senso di vuoto ci accompagnerà per tutto il viaggio. La notte è calda e umida all’inverosimile. La pioggia caduta nelle ore del giorno, ritorna al cielo, evaporando col caldo, rendendo l’ambiente pesantissimo. Neanche la notte riesce a vincere il caldo, mentre le zanzare apprezzano il gusto del nostro corpo. II rintocchi della piccola campana della cattedrale annunciano, alle sette e mezza di mattina, l’inizio della messa. È una celebrazione a memoria del vescovo Mazzolari, sepolto a lato dell’altare due mesi fa. In chiesa ci sono una cinquantina di persone, soprattutto religiosi e volontari della missione di Rumbek. La chiesa è a lato della strada che collega Rumbek a Wau. Dal lato opposto sorge la caserma della polizia, per cui durante la messa puoi sentire in lontananza il passo di marcia delle centinaia di giovani che si esercitano nel grande piazzale, interrotto dall’urlo corale, in risposta al comando ritmato dell’istruttore. La messa è accompagnata da canti sacri il cui tempo è scandito da una giovane suora, che, dietro di noi, percuote con delicatezza un tamburo, legando così con un suono africano, gli alti toni delle voci femminili e a quelli bassi degli uomini. Il loro modo di cantare sacre melodie, con toni così contrastanti, fa vibrare l’anima. L’ultima volta che ascoltai la messa nella cattedrale, fu in occasione della festa delle ceneri, sempre alle sette e mezzo del mattino. Mi colpì il fatto che a quell’ora la chiesa fosse strapiena di gente. In occasione della imposizione sul capo della cenere, mi avvicinai a Padre Cesare, per sottopormi al rito, sul lato destro dell’altare, dove oggi giacciono le sue spoglie. Il Bishop mi sorrise ripentendo ancora una volta la formula in latino, che ricorda la fugacità della vita. Mai avrei pensato che sarei ritornato dopo pochi mesi a pregare sulla sua tomba. Conobbi il Bishop nel 1999. Lo vidi in televisione intervistato da Enzo Biagi, mentre denunciava la grave condizione in cui viveva il popolo del Sud Sudan a causa della guerra e delle continue carestie. Io allora ero Sindaco di Toirano, e affascinato dalla tenacia con cui quella esile figura combatteva contro dei giganti, decisi di proporre alla mia giunta ed al consiglio comunale, di trovare un modo per aiutare quel vescovo. Decidemmo così di proporgli un gemellaggio tra il nostro comune ed una sua missione. L’incontro con Padre Cesare fu particolare perché, pur avendo perso da tempo la fede, mi trovai a mio agio nel proporre ad un vescovo il gemellaggio. Premisi al vescovo quale era la mia posizione rispetto alla mia credenza in Dio, ma lui liquidò la mia necessità di chiarire il mio punto di vista, con una frase che mi colpì: “ la Fede, non la si perde…la si trova, e una volta trovata fa il suo percorso nella nostra anima. C’è molta più fede in te di quanto tu possa pensare…. lasciaLo lavorare con la tua anima. La tua azione oggi è profetica, e presto tu stesso ne capirai il significato”. Aveva ragione lui, e tra i tanti meriti che gli vanno attribuiti, almeno per quello che mi riguarda, c’è anche quello di avermi aiutato a ritrovare la strada. Negli anni successivi mi spiegò cosa intendeva per “azione profetica”, ed egli mi disse che quando io mi proposi di aiutarlo in quel modo, unendo la nostra piccola comunità a quella sudanese, lo feci nel momento in cui il suo popolo era abbandonato e quel nostro gesto era anticipatorio di una nuova era, che avrebbe portato il suo popolo verso un futuro migliore, di cui a noi non era ancora data la possibilità di vederne la sua piena dimensione. Incominciò una collaborazione tutta particolare, a ottomila chilometri di distanza, che ci portò a fare cose immense e meravigliose, che senza la sua forza interiore mai avrei potuto affrontare. L’anno successivo, all’inizio del secondo millennio, nacque CESAR, che con un acronimo riprendeva il nome di Cesare e la sua iniziativa nella diocesi di Rumbek. Oggi CESAR continua a lavorare portando avanti l’opera del vescovo Cesare Mazzolari. Era un uomo veramente eccezionale. Quando ti coinvolgeva nelle sue iniziative, dalle più semplici a quelle dall’apparenza impossibili, ti faceva sentire parte di un progetto grande, che andava oltre la nostra misera dimensione. Ogni sua azione era per il suo popolo, come lui chiamava gli abitanti del Sud Sudan, e anche la semplice raccolta di fondi per comprare i quaderni delle scuole era la tua partecipazione ad emancipare quel popolo che lui tanto amava. Era così in ogni cosa che faceva, ed ora ti rendi ancor più conto quanta vitalità c’era in ogni sua azione. Il mondo si era dimenticato della sua gente, e lui trovò il modo di portare il mondo nel Sud Sudan. Ha lasciato in eredità alla sua Diocesi la presenza di ben sedici congregazioni religiose differenti; nelle sue missioni si parlano le lingue più disparate, dall’inglese, al coreano, al francese, al tedesco, all’italiano, allo spagnolo, al francese, al polacco, allo slovacco, al portoghese, allo swahili, al croato, all’olandese, al danese, e sono certo di dimenticarne qualcuna. Non c’è una diocesi in Africa che abbia tanta parte di mondo tra i suoi collaboratori. Negli anni della disperazione, creò una rete di relazioni internazionali, seconda solo ad un capo di stato. Ricordo ancora come fosse oggi, il giorno in cui lo accompagnai al Parlamento Europeo a raccontare del Sud Sudan. Aveva un modo unico di chiederti aiuto, e alla fine della sua richiesta tu eri sempre disponibile, così ti ritrovavi con in tasca un biglietto per il Sud Sudan, piuttosto che per gli USA, per l’India, la Spagna o l’Inghilterra: il mondo non aveva confini se si trattava di raccogliere fondi per aiutare il suo popolo. Mangiare alla sua mensa, anche se molto povera, era sempre un arricchirsi di qualcosa. Ricordo le volte, che si perdeva nel versarti il cibo nel piatto, per farti sentire suo ospite; o ti raccontava di come i sudanesi preparano una semplice zuppa di fagioli invitandoti ad assaggiarne la bontà; o cercava di farti assaporare il gusto del pesce del lago di Yirol; oppure ti sbucciava con dovizia un frutto di papaia, che aveva appena lui stesso raccolto dall’albero fuori la capanna, e ti accompagnava nel sentirne il gusto dolce, dicendoti che la raccolta e la grazia con cui lo prepari è essenziale nel sentirne il fragranza. Trasformava la povertà in ricchezza, con gesti, parole e sguardi. Aveva un carisma enorme: nulla nelle sue azioni e nei suoi pensieri era banale. Sapeva conquistare le persone e sapeva guidarle verso il raggiungimento di mete che apparivano impossibili. Era un piccolo uomo, di umili origini, bresciano dello stesso paese del Papa Paolo VI, non aveva nulla di simile ai Dinka, l’etnia principale della sua Diocesi, eppure lui si sentiva anzitutto uno di loro. Ha sempre detto a tutti che avrebbe voluto essere sotterrato in terra Dinka. Così è stato, e questo lo ha reso ancora più grande agli occhi del suo popolo. Ha scelto di stare nella chiesa che aveva ricostruito dopo le distruzioni arabe della guerra, a testimoniare la sua speciale natura. Il motivo principale di questa ultima visita alla DOR è la scuola di Cueibet. È una toccata e fuga di pochi giorni, per verificare lo stato di avanzamento della costruzione. Padre Cesare sapeva bene che uno dei problemi della sua gente era la formazione della classe dirigente, e conosceva bene quale fosse il livello di preparazione culturale, politica, sociale, che i nuovi comandati avevano, formati da oltre trenta anni di guerra. Era questa la sua preoccupazione principale, preparare una nuova classe dirigente basata su valori di pace e riconciliazione. Da questa sua preoccupazione nacque la visione di una scuola che preparasse gli insegnanti, un vero e proprio Teacher Trainer Center. Aveva concordato con il governatore di Cueibet, che avrebbe costruito la scuola poco distante dal centro di quel piccolo villaggio, subito dopo l’altisonante “FreedomSquare”, che si stava espandendo rapidamente, in un appezzamento di terra donato appositamente dal governo. Quanti sogni intorno a quella terra. Un rettangolo di trecento metri per mille metri, coperto da centinaia di alberi di Lulu, dai cui frutti viene estratto il burro di caritè. Progettammo un vero e proprio campus, con al centro una chiesa africana che doveva diventare il punto di raccolta non solo ideale degli studenti del TTC. Quel progetto diventò la nostra prima occupazione, ogni nostro pensiero era rivolto a quella scuola, ed era diventato il simbolo del nostro nuovo modo di vivere il Sud Sudan, che nel frattempo si era formato, diventando uno Stato vero e proprio, riconosciuto all’ONU. La profezia che Padre Cesare vide dodici anni prima, nel nostro incontro si era realizzata e stavamo lavorando per creare i futuri cittadini del Sud Sudan. La cattedrale di Rumbek dista 54 chilometri dal cantiere della TTC a Cueibet. Lasciata la chiesa percorriamo il chilometrico rettilineo sterrato, largo quanto basta per dare il passaggio a due macchine. La strada appare come una ferita nella savana. È rossa del colore della terra ferrosa che ne costituisce il fondo. Ai lati la natura selvaggia cerca di riappropriarsi del suo pezzo di carne, lanciando propaggini di rovi e sterpi a lambirne i bordi, consapevole com’è che gli basterebbero pochi giorni di lavoro indisturbato per chiudere la ferita. È una lotta tra la savana che vuole rigenerare quella pugnalata e l’uomo che invece ne ha una necessità vitale. Tutto in Africa è selvaggio ed esagerato nel suo modo di manifestarsi e così appare anche questa stretta strada rosso sangue, che combatte contro l’aggressione continua della natura. Mentre la stagione delle piogge rafforza il vigore di una natura che ora mostra i suoi impetuosi muscoli, l’uomo, con i pochi mezzi di cui dispone in questo luogo, cerca di respingerne l’avanzata. Tutto all’intorno della ferita rossa si colora di verde, e i fiori selvaggi coi lori colori cangianti ti ingannano, facendoti apparire gentile ciò che invece è rude e inesorabile. Solo i Dinka che vivono nel girone infernale del “cattle camp” sanno convivere con questa natura, rappresentandone essi stessi la parte umana, celebrandola con i loro riti, antichi quanto la presenza dell’uomo tra le paludi del Nilo. Sei mesi fa con Padre Cesare posammo la prima pietra della TTC. Fu una breve cerimonia, molto povera, improvvisata. Mettemmo sotto la pietra angolare due immagini sacre, accompagnate da una breve preghiera e dalla benedizione con acqua santa. Forse chi ci avesse potuto vedere avrebbe riso di noi, ma sono fiero di dire che quella cerimonia fu per noi ricca di significati, e l’abbraccio che ci riunì commossi ne fu la testimonianza più vera e sincera. Oggi quella pietra rettangolare, benedetta, che poggia su due piccole immagini sacre, regge lo spigolo destro della costruzione. Non ci pare vero, il sogno sta prendendo forma e la prima parte della scuola è quasi pronta, mancano solo alcune piccole rifiniture che vedranno la realizzazione nelle prossime settimane, ed a gennaio entreranno i primi quaranta tra studenti e studentesse. Quello sarà il coronamento del sogno di Padre Cesare e l’appagamento per tutte le difficoltà affrontate e superate. Nessuno ne ha parlato ufficialmente, ma tutti lo sappiamo: quella scuola si chiamerà “Teacher Trainer Center Monsignor Cesare Mazzolari”, come il suo popolo si aspetta. Cesar Onlus in luttoE’ morto Mons. Cesare Mazzolari, presidente onorario di Cesar onlus, "padre" del Sud Sudan e guida per tutti noi.
Padre Cesare si è spento stamattina, verso le 8, a Rumbek, mentre celebrava la Messa con i suoi confratelli e coloro che amava più di ogni altra cosa, più di se stesso: il popolo sud sudanese. Con loro aveva scelto di vivere, a loro ha dedicato gli ultimi trent’anni della sua vita, per e con loro aveva pregato e lottato per insegnare la pace, per portare la pace, per guidare un popolo violentato a ritrovare la propria identità, a ricostruire un futuro di pace e autonomia dopo i lunghi anni della guerra civile.
Un vero “padre” per il popolo sud sudanese e una grande guida e da sempre un faro per tutti noi di Cesar Onlus, che è nata e cresciuta per e intorno a lui.
Ma tra l’entusiasmo e i festeggiamenti per la nascita della nuova Repubblica del Sud Sudan che pure lui aveva tanto sognato, Padre Cesare era preoccupato in questi giorni, perché sapeva quanto fosse ancor più difficile ora, la strada verso lo sviluppo e ci esorta a continuare la sua opera con queste parole inviateci ieri “Non chiudete nè la vostra mano, nè mente o cuore al popolo nascente e sfidato del Sud Sudan. Assieme possiamo sviluppare il paese e la vita del nostro villaggio globale con l’Italia e l’Africa in stretta di mano. Vi sfido. E non accettiamo un “no”.
Nel dolore forte che ognuno di noi oggi prova, sappiamo che Padre Cesare continuerà a guidarci come ha fatto finora e noi tutti, soci, volontari, amici e sostenitori di Cesar, porteremo per sempre nel cuore il suo insegnamento e la sua volontà di portare pace e sviluppo in quella che è ormai la sua terra e proseguiremo a dare il nostro aiuto ed il miglior sostegno ai nostri fratelli e sorelle sud sudanesi in questo loro lungo e difficile percorso verso una reale autonomia.
Una Messa in suo suffragio verrà celebrata presso la Casa dei Comboniani a Brescia, martedì prossimo, 19 luglio, alle ore 19.30. Chiunque volesse partecipare sarà il benvenuto.
Una delegazione di Cesar sarà presente ai funerali che si svolgeranno a Rumbek giovedì 21 luglio alle ore 10 ; Mons. Mazzolari sarà sepolto nella cattedrale, come da sua volontà. Decine di migliaia di persone si sono ritrovate a Rumbek per festeggiare l'indipendenza del Sud Sudan
Radio Good News di Rumbek informa che sabato si sono trovati in decine di migliaia presso la Rumbek'sFreedomSquare per festeggiare la nascita della nuova nazione! La più grande assemblea mai vista nella storia di Rumbek!
Il Vescovo della Diocesi di Rumbek, Mons. Cesare Mazzolari, ha presieduto una solenne fiaccolata con 200 fedeli in attesa della proclamazione della tanto attesa indipendenza del Sud Sudan. La processione è iniziata alle 18.30 di venerdì sera e ha preso il via dal Centro Diocesano della Gioventù per poi concludersi con un falò preparato di fronte all'edificio dietro alla Cattedrale nota per essere il posto dove venne massacrato Fr. Arkangelo Ali durante il primo decennio di guerra civile del Sudan (nel 1965). Già alle 7 del mattino di sabato c'era un gran fermento nelle strade di Rumbek. Ragazzi e studenti con le loro uniformi, gruppi di giovani e donne appartenenti a diverse associazioni erano disposti in fila nelle due principali strade di Rumbek con le bandiere della nuova Repubblica del Sud Sudan, intonando inni di vittoria e danzando oppure cantando il nuovo inno nazionale che questi giovani conoscono già a memoria. La proclamazione dell'indipendenza del Sud Sudan è stato un momento emozionante per tante persone, caratterizzato da folle giubilanti, persone che hanno espresso la loro gioia per veder finalmente realizzato un grande sogno: poter festeggiare il tanto atteso giorno della libertà. Campane, tamburi e danze: "finalmente liberi"
(articolo tratto da www.misna.org di sabato 9 luglio 2011)
Allo scoccare della mezzanotte, campane e tamburi accompagnati da un boato hanno ufficialmente annunciato la nascita della Repubblica del Sud Sudan. Il 54° Stato africano comincia oggi il suo cammino dal mausoleo di John Garang, immensa spianata di terra rossa a Juba, dove si stanno tenendo le celebrazioni dell’indipendenza e dove il presidente Salva KiirMayardit firmerà la Costituzione. Secondo il programma, Salva KiirMayardit alzerà la bandiera sud sudanese dopo che Omar HassanelBashir avrà ammainato quella del Sudan. Migliaia di persone si stanno radunando nel centro della capitale per assistere alle celebrazioni insieme a capi di Stato stranieri, delegazioni di paesi di ogni continente e alla presenza del segretario generale dell’Onu, BanKi-moon. Donne in abiti tradizionali, guerrieri dinka, nuer e di altre tribù che hanno partecipato alla lotta per l’indipendenza con il Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm) stanno sfilando per le strade della città danzando e cantando, incuranti del caldo umido che accompagna questa giornata. “Oggi festeggiamo la nostra liberazione, da domani cominceremo a lavorare per costruire un paese unito, in grado di superare le divisioni che in passato hanno creato tensioni tra di noi, facendo invece delle nostre differenze la nostra ricchezza” dice John Akol, un giovane studente universitario di etnia dinka guardando con un sorriso l’amico al suo fianco che è di etnia nuer. Nuer e dinka sono i due principali gruppi del nuovo Stato, ma sono decine le etnie che compongono il ricco mosaico sud-sudanese e che oggi sembra si siano dati appuntamento al mausoleo di John Garang il padre della patria morto in un incidente aereo nel 2005, poco dopo la firma degli accordi di pace (Cpa) con il Nord, che sancirono la fine della guerra civile. Chiuso il capitolo della guerra civile e il processo seguito alla firma della pace, l’indipendenza è il culmine di un percorso che il ‘Southern Eye’, quotidiano locale, sintetizza così nel suo titolo di apertura: “Free at last”, “Finalmente liberi”. Domani, come dice WilkisterGacheru, giovane donna originaria di Bentiu, a nord di Juba, “spero si comincerà a lavorare per l’unità ma anche per il lavoro, per dare un futuro a noi giovani. Il mio sogno? Vorrei diventare un medico”. La bandiera l'inno del nuovo statoIn trepidante attesa per la dichiarazione d'indipendenza della Repubblica del Sud Sudan che diventerà il prossimo 9 luglio il 54° Stato africano, vi mostriamo la nuova bandiera e l'inno della nuova nazione. L'inno della Repubblica del Sud Sudan Traduzione Il vescovo di Rumbek sull’imminente proclamazione del nuovo Stato africanoIl vescovo di Rumbek sull’imminente proclamazione del nuovo Stato africano In Sud Sudan un’attesa piena di speranze
Tensioni sempre più marcate da violenze stanno accompagnando la vigilia della nascita del nuovo Stato del Sud Sudan, il 54º del continente africano, che avverrà con la cerimonia del 9 luglio, ma malgrado gli attacchi degli ultimi mesi abbiano causato centinaia di vittime e migliaia di profughi, il popolo guarda con speranza al futuro. Nella futura capitale, Juba, fervono i preparativi per l’evento. La comunità cattolica incoraggia da sempre l’impegno verso la riconciliazione. Il Sud Sudan, ha commentato il vescovo di Rumbek, Cesare Mazzolari, «è fiero di essere una nuova nazione ed è pronto a conquistare la propria identità nel mondo». Per l’evento, ha aggiunto, «ci saranno celebrazioni a Juba e in tanti altri Paesi del mondo. La Chiesa ha perseverato nella preghiera e nella diffusione della fede in Dio, incoraggiando l’impegno verso la riconciliazione». Vittime e migliaia di sfollati, come accennato, sono il tragico risultato dei conflitti in corso nelle zone ancora oggetto di contenzioso con le autorità di Khartoum, tra cui in particolare quella di Abyei. Monsignor Mazzolari — che è anche referente per l’episcopato in Sudan del comitato di religiosi e religiose per la solidarietà al Sud Sudan — su questo punto specifico ha sottolineato a «L’Osservatore Romano» che «è ora di porre fine al clima di odio e che c’è una profonda necessità che le persone preghino affinché si aprano i cuori». E aggiunge «che tutti i sacrifici della popolazione devono servire a chiedere perdono a Dio per le violenze che derivano dalla crisi umana». Per il presule, la data del 9 luglio — «che segna la storia» — deve costituire «un’occasione per riavvicinare gli animi alla solidarietà e per guardare con occhi nuovi alla realtà». Anche appelli che giungono dalle Caritas di Germania e Italia contribuiscono a segnalare la difficile condizione degli sfollati. La Caritas in Germania sollecita la comunità internazionale a monitorare la situazione poiché, ha spiegato il direttore della sezione esteri dell’associazione, Oliver Müller, «solo una maggior pressione e un sostegno più ampio possono garantire la pace tra nord e sud». La Caritas italiana si unisce alle preghiere per la pace, intensificando il programma di aiuti. In collaborazione con la rete Caritas international è in atto un piano umanitario d’urgenza nel Paese per i profughi che dalle regioni settentrionali si stanno riversando in quelle meridionali. Gli interventi si stanno concentrando nella distribuzione di generi di prima necessità e di alloggi provvisori destinati a 50.000 sfollati. Per i prossimi mesi è stato anche lanciato un programma annuale che prevede interventi in tutto il Sud Sudan in vari settori. Nonostante le tensioni, ha ribadito comunque al nostro giornale il vescovo di Rumbek, in Sud Sudan il clima generale «è di euforia e di fiducia». Il 7 luglio si conclude, fra l’altro, la novena di preghiera in vista della proclamazione del nuovo Stato africano. Si è trattato, è stato spiegato, «di un tempo di ascolto in cui i credenti del Sudan hanno potuto chiedere aiuto per la grazia di diventare figli sempre migliori in Dio Padre». Anche il segretario generale dell’arcidiocesi di Juba, padre Martin Ochaya, ha osservato «che l’umore della popolazione è alto e che fervono i lavori per sistemare le strade e gli edifici». La popolazione, ha affermato padre Ochaya, «nutre speranze per il futuro, perché pensa che, grazie all’indipendenza, il futuro sarà diverso». La popolazione, ha aggiunto, è inoltre impegnata «ad accogliere coloro che verranno a festeggiare l’indipendenza del Sud Sudan». Le cerimonie di preghiere coinvolgono tutte le confessioni e proseguiranno nelle parrocchie per tutto il mese di luglio. Nei giorni scorsi, fra l’altro, si è tenuta un’iniziativa ecumenica, il «Reconciliation Day», con momenti di preghiera e di ascolto delle testimonianze. Inoltre, come benedizione nei confronti della nazione nascente, prima della proclamazione d’indipendenza, rappresentanze delle comunità cristiana e musulmana si raccoglieranno per un momento di preghiera condiviso. Un segno di speranza è dato anche dalla recente ordinazione di un nuovo diacono in Sud Sudan. Si tratta di un seminarista della diocesi di Rumbek, Marko Tong Dihany, originario della contea di Aweil orientale, nella regione del Bahr el Ghazal. ALESSANDRO TRENTIN articolo tratto da: www.osservatoreromano.va Sud Sudan, conto alla rovesciaArticolo di Chiara Andreola tratto da www.cittanuova.it
Il 9 luglio nasce ufficialmente il 54mo Stato africano. Direttamente da Tombura-Yombio, il quadro di queste ultime ore Mancano poche ore alla nascita ufficiale del 54mo Paese africano, il Sud Sudan. Tra scontri nel Kordofan e nell'Abyei – zona mineraria contesa tra Nord e Sud – e tensioni sui rapporti diplomatici e commerciali tra le due capitali, il timore che la data tanto attesa porti con sé altre violenze è concreto. Eppure la popolazione guarda con speranza a questo 9 luglio anche in una zona come la diocesi di Tombura – Yambio, dove l'analfabetismo raggiunge l'80 per cento e la mortalità infantile il 40.
«La gente è tranquilla – ci riferisce il giovane vescovo, il sudanese mons. Eduardo Hiiboro – e guarda a questo giorno come un dono di Dio». Rimane però la paura che nemmeno il nuovo governo sia in grado di garantire la sicurezza di fronte alle incursioni dei ribelli ugandesi della Lord's Resistance Army (LRA), che negli ultimi cinque anni hanno provocato una media di 3 – 4 morti al giorno: «Uccidono, rapiscono, bruciano le case costringendo la gente a fuggire – riferisce il vescovo – e nonostante i numerosi appelli non abbiamo mai visto alcun piano per il dialogo e l'integrazione pacifica dei ribelli: dove sono, in tutto questo, i nostri governanti?». Piano che presupporrebbe la collaborazione con i Paesi confinanti, nelle cui foreste questi trovano rifugio.
Anche suor Maria Luisa, missionaria comboniana, conferma che «c'è tanta trepidazione e fiducia nel futuro, ma la gente non riesce ancora ad immaginarlo a causa di questa incertezza: per ora, si fa tanto pregare per la pace».
Inziare insieme una nuova vita La diocesi ha per l'appunto organizzato una serie di iniziative di preghiera, tra cui una veglia ecumenica per la sera dell'8 luglio: «I rapporti con le altre confessioni cristiane sono ottimi – ci racconta mons. Hiiboro – così come quelli con i non cristiani e tra le varie tribù». Particolarmente significativa anche la “riconciliazione generale” promossa sempre per l'8 luglio, in cui membri di diversi gruppi etnici e diversi credo religiosi si laveranno reciprocamente i piedi: «Vogliamo entrare nel nuovo Paese “puliti”, ed iniziare una nuova vita».
Non solo preghiera Ma non è solo sotto il profilo spirituale che la Chiesa dà il suo contributo alla costruzione del nuovo Stato: così come nella diocesi di Rumbek si è svolta l'iniziativa “10 passi verso l'indipendenza”, in quella di Tombura – Yambio sono state organizzate conferenze per la riconciliazione in collaborazione con il governo e corsi di educazione civica. Inoltre «stiamo portando avanti un dialogo con il nuovo ministero della salute – riferisce suor Maria Luisa, che lavora da cinque anni nell'ospedale locale. – Collaborare con il governo non è sempre facile, perché gli obiettivi a volte sono diversi: noi abbiamo sempre fornito servizi a tutti, credenti e non, di qualsiasi gruppo ed etnia, anche durante la guerra. Ora siamo pronti a qualsiasi evenienza». Anche il vescovo sottolinea che «la gente dal nuovo governo si aspetta prima di tutto ospedali, scuole e servizi sociali»: tutte necessità alle quali la Chiesa in questi anni ha cercato di provvedere.
La volontà di vedere la differenza Sul lungo termine, tuttavia, il problema rimane quello dello sviluppo economico non solo di questa regione, ma di uno Stato che – attualmente – non ha nemmeno una strada asfaltata. Il governo ha annunciato la firma di accordi commerciali con gli Stati confinanti e misure per attirare gli investimenti privati, ma non è ancora chiaro come questi beneficeranno una popolazione composta principalmente di agricoltori e allevatori: «Mi auguro di cuore che ci siano riflessi positivi – prosegue suor Maria Luisa – ma per ora, qui, non si vede nulla che possa far presagire un cambiamento concreto». Perché, come aggiunge mons. Hiiboro, «se vogliamo costruire il Sud Sudan, la gente deve vedere la differenza tra la guerra e la pace. E pace significa sviluppo».
Referendum: i risultati
Ben il 98,83% dei Sudanesi hanno votato in favore della secessione da Khartoum e per l’indipendenza del Sud Sudan; questo dato lo si evince dai risultati definitivi ufficializzati dalla commissione referendaria come riportato da MISNA.
Referendum: le speranze per il futuro
Da Radio Rumbek le speranze dei giovani dello Stato dei Laghi che dopo questo referendum si aspettano stabilità politica e sviluppo delle infrastrutture. Sono le speranze di Peter Ring Arik,27 anni, e Clara Achok Wol, 19 anni, che aspira a diventare medico.
Referendum: i primi risultati
Radio Good News annuncia che il risultato delle votazioni per il referendum conclusosi lo scorso sabato indica che tra gli abitanti dello Stato dei Laghi ha dominato il voto a favore della secessione. Questo lo ha annunciato ieri il presidente dell’Alta Commissione per il referendum dello Stato dei Laghi, Dr. Michael Mabor Makuei che ha aggiunto che il 99,9 % dei votanti ha scelto la secessione e solamente lo 0,07% ha votato a favore dell’unità.
Mons. Mazzolari a Radio Rumbek
Da Radio Good News (Rumbek) l'intervista a Mons. Cesare Mazzolari che esprime preoccupazione circa la situazione degli sfollati interni. Ad ogni modo il Vescovo di Rumbek si rivolge alle organizzazioni governative e non che operano nella regione affinchè possano lavorare insieme al fine di permettere agli sfollati interni di riunirsi con le proprie famiglie.
Referendum: le prime impressioni
Misna riporta il pensiero dell’arcivescovo di Durban riguardo a queste giornate - "Tutte impressioni molto positive. Lo scrutinio è stato organizzato bene, nei seggi ci sono file lunghe ma ordinate, i documenti di registrazione sono sempre controllati e ai più umili è spiegato con pazienza come si vota. La gente esce dai seggi con il dito macchiato di inchiostro viola e, quasi sempre, con un sorriso". Insomma le stesse positive impressioni di Mons. Mazzolari che potete leggere sul blog di Cesar.
Referendum: grande percentuale di votanti
Da Radio Good News giunge la notizia che ieri sera, a quattro giorni dall'apertura delle votazioni, molte sono state le sezioni elettorali che hanno raggiunto, ed alcune anche abbondantemente superato il 60% dei votanti. E' da tenere presente inoltre che molti sudanesi hanno percorso ed alcuni stanno ancora percorrendo a piedi 12 miglia per poter recarsi alle sezioni elettorali. Mancano ancora tre giorni al termine del referendum che si chiuderà il prossimo 15 gennaio.
Referendum: la parola ai Sud Sudanesi
Da Radio Good News di Rumbek la testimonianza di Abrahm, sud sudanese, che per poter votare ha fatto due giorni di coda ma ora dice di sentirsi sollevato e felice. I Sud Sudanesi sono disposti ad aspettare pur di diventare una nuova nazione.
Referendum: l'affluenza alle urne
Misna riporta che secondo la Commissione per il referendum in Sud Sudan il numero dei votanti supererà il 60% degli aventi diritto. E suor Maria Martinelli, una missionaria comboniana, fa sapere che ci sono file ai seggi e un clima di festa; ma soprattutto non sembrano essersi verificati incidenti di rilievo.
Referendum Sudan
Ieri il via al tanto atteso referendum che si chiuderà il 15 gennaio: per la prima volta gli abitanti del Sud Sudan sono chiamati a decidere se rimanere uniti al Nord o se formare una nuova nazione entro i confini del Sud, come da accordi di pace siglati nel 2005. Dal Sud Sudan ci raccontano di lunghe file di persone in coda per votare. Anche nella Diocesi di Rumbek tutto è in fermento e in questa fase i lavori della scuola per insegnanti sono sospesi. Siamo di fronte ad un evento che potrebbe rivoluzionare definitivamente la situazione e la storia del Sud Sudan.
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